La terra trema, nella
Terra che soffre c'è un'umanità che
muore.
Siamo partiti dalla frequentazione quotidiana e vitale
di un territorio specifico, che si estende a una manciata di chilometri
a sud-ovest di Milano, un ambiente geografico con una forte connotazione
territoriale: due grandi parchi naturali (Parco
Agricolo Sud Milano e
Parco del Ticino), una radicata tradizione contadina. Ma luogo anche
di un drastico e violento cambiamento geomorfico. Cambiamenti paesaggistici
dietro ai quali stanno danni ambientali, sociali, economici, culturali.
Il territorio, come ambiente dell'uomo, è sfinito.
La forma metropoli (la sua attitudine divoratrice di risorse ambientali,
umane, territoriali) è tra i responsabili
del degrado ambientale del pianeta, della crescita esponenziale
delle nuove povertà nelle periferie di tutto
il mondo.
Territori con specificità da difendere.
Territori in veloce trasformazione.
Nei piccoli mondi entra il Mondo.
Le metropoli ci costringono in tentacoli d'asfalto cambiando
quanto ci è abituale.
Megaprogetti infrastrutturali. Agroindustria (pericoloso il bluff degli
ecocombustibili). L'uso insensato di OGM.
Centinaia di capannoni per la grande distribuzione. Centri commerciali. Imprese
improbabili. Giovani atipici, precari, immigrati delegittimati d'ogni
parvenza di diritto. Chiudono
le grosse fabbriche metalmeccaniche. Crollano le vecchie cascine tra i
campi.
E' vitale fermare questa devastazione.
E' fondamentale riuscire ad attivare e sviluppare nuove
forme di società e
di economia solidale. E' necessaria la ricostruzione di uno spazio
pubblico attraverso l'autogoverno della società locale.
Nostro compito è la creazione di nuove forme
di cura dell'ambiente e del territorio.
I frutti della terra (come li si coltiva, come li si
distribuisce, come li si consuma) possono/devono salvare la Terra.
Si parla tanto di slow food, di qualità, di vivibilità,
di alternative di sviluppo, di partecipazione e territorio ma poi
ci si dimentica di dare sostanza, anche politica e sociale, a queste
parole, di rilevarne la carica "eversiva" (rispetto al
modo e al mondo in cui viviamo), al di là delle mode, delle fiere,
dei convegni e del marketing a proposito del prodotto tipico.
Vogliamo sperimentare progetti concreti di costituzione
di filiere corte autorganizzate.
Vogliamo supportare una porzione precisa della produzione agricola: quella
dei piccoli produttori, produttori sensibili e critici, legati al proprio
territorio e al proprio lavoro. Contadini che producono cibi e sapori naturali e di qualità. Contadini che coltivano cultura.
Contadini surclassati dalla grossa distribuzione. Ci piacerebbe sviluppare
una distribuzione che sia invece diretta e partecipata, che
riesca ad innescare quei meccanismi basilari per un nuovo modo (qualitativo)
di intendere produzione e consumo, un altro modo di
vivere, attraversare e gestire il territorio. Ci interessa inventare/costruire/facilitare
i meccanismi di scambio e comunicazione, agevolare lo sviluppo di
una rete che sia locale e autosostenuta. Ci interessa valorizzare micro-esperienze
già esistenti tutelandole, supportandole e costruendone altre.
Non ci interessa trasformare in altro delle esperienze
autorganizzate già esistenti. Non ci interessa agevolare
la grande distribuzione: supermercati, ipermercati, grandi
centri commerciali, catene alimentari e industria della ristorazione,
sono i luoghi ipertrofici della negazione dei diritti, dello sfruttamento,
dell’infima qualità del lavoro, della distruzione
dei territori, della omologazione di merci e sapori, l’alienazione
dei bisogni e del vivere sociale.
Le Politiche Agricole Comunitarie, l’Organizzazione
Comune del Mercato vitivinicolo, ma anche istituzioni nazionali e locali, non aiutano, sostenendo gli interessi
dei pochi che rappresentano agroindustria e lobbie consociative. Chi lavora la terra davvero,
chi attraversa e vive i territori con coscienza è tagliato fuori dalle occasioni decisionali, ed è stretto
da logiche inapplicabili.
Ci immaginiamo la realizzazione di qualcosa di tangibile
nel nostro territorio e riproducibile in altri territori. Un progetto
materiale. Materiale come la terra.
Vogliamo supportare quei luoghi di contadini, uomini e donne, quelle “periferie” (così come
le chiama Paolo Rumiz) capaci di tenere vivo il territorio e di impedirne
la devastazione finale.
Vogliamo un’agricoltura veramente contadina, libera da OGM.
LA TERRA TREMA vuole raccontare di gastronomie ordite
come azioni culturali: perché l’atto del cucinare avrebbe da essere il compimento pratico di un sapere libero
e comune, e non strumento d’insinuazioni tecniciste o professionali della grande ristorazione. È nella cucina (in
quella quotidiana, anche e soprattutto) che si distinguono le mille tracce dei nostri tempi:
le contaminazioni, i nomadismi del cibo e delle persone, i cambiamenti economici e sociali, le mutazioni
del territorio, le alienazioni, la qualità e i ritmi del nostro lavoro, le innumerevoli deviazioni/depravazioni
del gusto massmediatico.
Lavorare la terra, coltivare un orto, imparare ad
usare linux, sperimentare l'autoreddito, partecipare
a gruppi d'acquisto, autoprodurre cultura, occupare aree dismesse nelle periferie
delle metropoli, saperi, sapori.
Sono esempi reali di quanto abbiamo chiamato micropolitiche
della resistenza. Ci vogliamo situati in un luogo comune che
diciamo metropolitano, un tessuto connettivo che desideriamo
autodeterminare in ogni sua forma: geografica e relazionale. Saremo soggettività quando
impareremo che la partecipazione inizia dove si sappia mettere in comune
i desideri, autoproducendo ricchezza (anche economica) e praticando
cooperazione dal basso, partendo dal quotidiano.